Cats

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Non ho mai avuto un ottimo rapporto col mondo animale. Non ne sono mai stata molto attratta, almeno non tanto da dedicare loro attenzioni fotografiche (esclusi i lavori che mi commissionano, passo il mio tempo libero a fotografare solo ciò che mi interessa, lo ammetto). Ho sempre pensato che gli animali a Roma non se la passano bene. Sono cresciuta in un appartamento tutto lindo e pinto, non troppo luminoso, in cui si dava la caccia ai gatti randagi chi pisciavano ovunque e lasciavano odorini poco piacevoli. Un posto in cui la cementificazione e l’ordine la fanno da padrone, dove un animale deve stare zitto, fermo, senza fare niente. Ho sempre pensato che non era il caso di adottarne neanche mezzo. Poi la vita mi ha spiegato che la mia famiglia non sarebbe stata capace di tenere neanche una lumaca.

Il tutto è cominciato quando il pescetto rosso vinto con fatica al vecchio Luneur è stato sbollentato da mio padre. Dopo qualche anno ho manifestato il desiderio di avere qualcosa di morbido: il mio coniglio nano, Carotina – che è stata la sola più grande della storia, visto che da nano è diventato mega – affilava le zannine smozzicando gli angoli dei muri del mio appartamento e mangiando i gerani di mia madre. Tra un’infinità di cacchette nere tonde e una morsicata al mio maglione bordò (dopo averne persi vari, ho cominciato ad indossarne uno solo per  passeggiatina e pulizia di Carotina), poco dopo la mia Comunione il coniglio è finito dritto dritto nelle mani di un contadino alle porte della Capitale, uno ‘nonmeglioidentificato’. Ce l’ha portato mio nonno, tassinaro che conosceva tutta la Roma degli anni ’90. Poi più niente: nè gatti, nè cani, nè criceti, nè pappagallini, nè pitoni, nè pesci tropicali….. Niente.

Ma ho una casetta in campagna. Chi ha lo spirito campagnolo mi può capire: lì arriva di tutto (se sei fortunato, arrivano persino….le iguane).  Nella normalità, arrivano cani e gatti dei contadini vicini. Non mi sono mai affezionata a nessuno di loro, non è il caso. Ne passano talmente tanti e talmente speventati che la maggior parte delle volte non ci si può nemmeno avvicinare.  Ma una, una in quasi 26 anni, è diventata un soggetto che non potevo perdere.

L’ho vista in foto, la prima volta, postata su Fb, mentre ero a Berlino in altre faccende affaccendata. Bianca e rossa, accovacciata, con espressione acidella. “Un pollo bianco!” ho pensato.

Dopo qualche tempo l’ho conosciuta di persona, ci siamo adocchiate con la coda dell’occhio per un po’, da lontano. L’ho chiamata Gatty. Piano piano abbiamo fatto semi amicizia: lei miagolava, pretendeva di mangiare dalle 3 alle 4 volte al giorno. Dovevo lasciare il cibo ben lontano da me. Non si faceva avvicinare in nessun modo: soffiava, muoveva la zampa destra in aria pronta al graffio. Aveva una pancina bianca bella cicciotta… “Gatty, forse sei incinta” le ho detto una volta. Ma lei, sprezzante, ha girato le zampe e se n’è andata.

Un mesetto fa ha partorito. E’ tornata a trovarmi che sembrava fosse stata dal dietologo. Dopo essere arrivata affamatissima ha cominciato a lanciare miagolii nell’aria. Ha chiamato il suo micetto, forse l’unico rimasto della cucciolata, che ho soprannominato Micy (questo mio strano affetto per gli animali non mi permette di dargli nomi più precisi). Piccolo, morbidissimo, grigetto. Un amore infinito. L’ho anche accarezzato più volte, alla faccia della mamma rompiscatole, che presa dai crampi della fame non si è accorta che le ho ripulito il figlio da una serie di ragnatele antiestetiche.

Sabato scorso Gatty è arrivata di nuovo cicciotella. “Ma insomma, vuoi prendere qualche precauzione?!” l’ho rimproverata. Non ha alzato le zampe e non se n’è andata. E’ rimasta a fissarmi con i suoi occhioni socchiusi.

Micy è sparito, chissà che fine ha fatto. In ogni caso la nuova maternità ha reso la mia gattona più docile. Ormai abbiamo un rapporto quasi impensabile per come era cominciata. Riesco ad avvicinarmi molto a lei, non soffia, non fa il gesto di graffiarmi.

Quando la chiamo col nomignolo che le ho dato segue il mio dito, e sembra che a volte capisca quello che le dico. Miagola sempre con fare famelico, ed è piuttosto sfondata: mangia di tutto a tutte le ore. Visto che abbiamo preso confidenza, pochi giorni fa ho deciso di tentare qualche scatto.

Contro ogni aspettativa, sono riuscita a fotografarla in tutta tranquillità. E’ stato il reportage più strano mai fatto: ho paparazzato storie di cani e gatti. Storie che si intrecciano, come in una soap opera. Gatty ha un marito, Goffredo il rosso che pesa il doppio di lei, ma con cui non va d’accordo. Ha anche un amante, un cane, a cui si struscia con fare sexy. Lo aspetta miagolante, non di fame, ma d’amore.

Ora c’è da chiedersi: Gatty quando si accovaccia pare un pollo, ha già partorito un gattino, ma ora cosa devo aspettarmi? Un canetto con le alucce pollesche?

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13 Responses

  1. sara b scrive:

    Ho sempre amato follemente i gatti, ma capisco chi abbia sempre vissuto senza conoscerli e, all’improvviso, venga conquistato dal loro magnetismo. I gatti sono la nostra possibilità di avere a che fare con un felino, e i tuoi ritratti sono davvero meravigliosi.

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